#Cinema | Il caso Spotlight

La nostra valutazione

Ha battuto (meritatamente) il favorito “The Revenant” nella corsa alla statuetta e si è aggiudicato l’Oscar 2016 come Miglior Film. È “Il caso Spotlitgh” per la regia di Tom McCarthy e con un cast composto da Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery.

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Alla pellicola è andato anche il premio dell’Academy come Miglior Sceneggiatura Originale (a cura dello stesso McCarthy e di Josh Singer). Un successo che pone al centro il soggetto: gli abusi sui minori da parte di oltre 70 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston, coperti dalla Chiesa con meccanismi di insabbiamento e corruzione.

Si tratta della trasposizione cinematografica della vicenda che vide protagonisti i giornalisti del giornale “The Boston Globe” che grazie al loro lavoro di inchiesta vinsero la barriera del silenzio, riuscendo a far pagare i colpevoli. Un’inchiesta che valse allora il massimo riconoscimento per i giornalisti, il Premio Pulitzer, e ora il massimo riconoscimento del cinema, il Premio Oscar.

Una storia destinata a mietere successi, dunque. Una storia che mette al centro i “sopravvissuti”, tutti quei bambini che sono riusciti a diventare adulti e a denunciare, dando voce anche a quelli che sono stati travolti da istinti suicida e vergogna. Adulti segnati dagli abusi e dal silenzio, e mai più restituiti alla vita vera.

Alla pellicola va il merito di non aver indagato con voyeurismo, pur portando davanti agli schermi i drammi personali delle vittime. Con un lavoro corale del cast si è riusciti infatti a porre al centro il “sistema” di quella parte marcia dell’istituzione ecclesiastica, oltre all’eccellente lavoro svolto dai giornalisti.

Ed è forse questo che rende “Il caso Spotlight” un Oscar, più che la sua originalità. Non si può negare infatti che l’impostazione ricordi (ma non arrivi) a quel primo e grande film sul giornalismo d’inchiesta – anch’esso tratto da una storia vera – che è “Tutti gli uomini del presidente”. Non si può negare che sia un ottimo lavoro di attori, di sceneggiatura, di montaggio, un lavoro pulitissimo, pur senza guizzi. Ma al tempo stesso gli si deve riconoscere la volontà di essere un faro per non far spegnere l’attenzione dell’opinione pubblica su questi drammi, un monito per la Chiesa (interpellata anche durante il discorso per la premiazione) e una lezione per l’editoria.

Complice la crisi dei lettori su carta, l’imperversare della notizia veloce, digitale e gratis, il giornalismo è oramai troppo povero per riuscire a portare avanti grandi inchieste che richiedono professionalità e tempo e, dunque, denaro. Complice il conseguente finanziamento da parte di colossi dell’industria o della politica il giornalismo è troppo spesso poco libero.

Un giornalismo senza soldi e senza libertà è lontano dalla sua funzione sociale: consentire all’opinione pubblica di conoscere e di scegliere (come diceva Einaudi).

Una denuncia, anche questa, che ha davvero bisogno della luce degli Oscar.

The Breakdown

Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione pubblica e d’impresa. In un’era poliglotta, amo l’antica arte degli accostamenti nella lingua che derivò dal fiorentino. Turista curiosa e camminatrice instancabile; sostenitrice del diritto a godere di ogni bellezza, innanzitutto quella di un paesaggio che non venga deturpato. Soffro di istinti nevrotici alla Woody Allen. Tendenzialmente sarcastica, credo fermamente nel valore dello spirito critico (viva Marco Travaglio). Per allenare il mio, ho eletto a mie chiese i libri, le sale cinematografiche e il mare.