Ai piedi di Lenin, dal diario di una ventenne a Mosca

Premessa: lungi da me fare considerazioni di carattere politico / idealista. Non oserei mai. Le mie capacità critiche si fermano a Grey’s Anatomy. Ma sono stata a Mosca, qualche settimana fa. E questo è quanto.

Mosca conta più di 11 milioni di abitanti. Camminando per le strade, in almeno tre su cinque di loro sei sicurissimo di vedere:

a) una spia di James Bond;

b) una pattinatrice sul ghiaccio detentrice di due medaglie olimpioniche;

c) Putin.

Una delle prime tappe quando arrivi a Mosca è la piazza Rossa: la piazza principale, che costeggia il Cremlino e ospita la splendida chiesa di San Basilio. La piazza più grande d’Europa e la terza del mondo.

Ora, oltre a San Basilio e le mura del Cremlino, nella piazza Rossa troneggia il mausoleo di Lenin, l’artefice della rivoluzione dell’Ottobre 1917 e il capo della Russia Sovietica fino al 1924. Cultore e promotore del comunismo. Il cattivone per eccellenza. A Mosca in realtà è percepito come un eroe, motivo per cui il suo mausoleo è una meta di turismo trattata con i guanti: guardie ad ogni angolo, luci soffuse e al centro di un percorso circolare c’è lui, Vladimir Lenin, in poca carne e tante ossa.

Quando esci dal mausoleo, il tempo sembra essersi fermato. Siamo nella Mosca del 2015, o siamo stati trasportati in pieno regime comunista? Devo rivolgermi alla guardia all’uscita chiamandolo “compagno”? Le mie scarpe Adidas mi porteranno a una veloce condanna a morte?

Poi li vedi. Proprio di fronte a te.

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I magazzini Gum.
Sono illuminati da una fila immensa di lucine, anche se a Natale mancano più di due mesi. Il primo brand che noti è Cartier, che occupa ad occhio e croce tre immacolate vetrine. Entri. Si susseguono veloci Chanel, Hermès, Givenchy. Giorgio Armani. Prada. Da far invidia a Milano in piena fashion week. A Barney’s. Alla Fifth Avenue. E tutto questo, drammaticamente, simbolicamente, ereticamente, ai piedi di Lenin.

Articolo scritto da Elena Abbagnano.

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