La sveglia al tempo dei social: dimmi chi segui e ti dirò chi sei!

La sveglia suona, un braccio sporge dalle coperte in perfetto stile “The Walking Dead” e dei rantoli degni di un thriller di serie b annunciano che si – la giornata è ufficialmente cominciata; ricordo perfettamente la routine mattutina della mia infanzia, dal rigirarsi fra le coperta al caffèlatte rovesciato nel lavandino per far contenta mamma e le sue fisse sulla colazione. Ora tutto si riduce a vestiti calzati per caso, trucco frettoloso e dimenticanze scomode, e perché? Due parole, undici lettere – social media. Non fraintendetemi, sono una social addicted, ma quando mi fermo a pensare  che attraverso essi filtri il mio quotidiano scriverne ed ironizzarne è quasi d’obbligo.

Che poi, chiunque utilizzi il cellulare come sveglia è condannato a subirne il fascino – e di conseguenza a guadagnarsi la nomea di ritardatario cronico; io sono così, una ritardataria consapevole che preferisce inveire contro gli automibilisti pacati piuttosto che sacrificare i cinque minuti di socialing. La sveglia trilla, la mano si allunga a tentoni fino al comodino e alla cieca mette a tacere il suono infernale – due minuti per realizzare chi sono, dove sono, perché esisto. In testa pensieri random, mentre la “sehnsucht” mattutina assale puntualmente ogni neurone che abbia la prontezza di attivarsi – e come coccolarsi se non con del sano “nosing around” senza nemmeno sollevare la testa dal guanciale?

Facebook. Qualcuno più mattutino di me si lamenta dei ritardi di Trenord, con tanto di foto al tabellone delle partenze. Dislike. Un notturno si culla nella convinzione che ogni frase dopo le due di sia poesia, o sovversione. Dislike. Mia madre condivide immagini con gattini che augurano il buongiorno. Dislike dislike – e mannaggia a me e al mio “mamma ti abbiamo preso uno smartphone, così stai al passo con i tempi”. L’ultima trovata di Facebook mi ruba altri due minuti, passati nella vergogna nemmeno più cosi rara dei post del “condividi i tuoi ricordi” –  perché a diciott’anni condividevo una media di dodici note al giorno, a sedici parlavo di me stessa in terza persona? Tasto centrale, respiro profondo.

Instagram. Almeno è più contenuto. Una serie di selfie e fotomontaggi osceni postati da Miley Cyrus. Una vecchia compagna di classe se la crede un po’ troppo Chiara Ferragni. La Biasi che #SPREADYOURLOVE mentre nei commenti fioccano insulti, e tante grazie. Mia sorella quattordicenne che con hashtag alla stregua del #passamilebola e #fuoric’èilsole mi dona la forza di alzarmi, ma solo per soffocarla con il cuscino. Adam Levine che – no scusate, non trovo nulla di cattivello da dire su Adam. Gli regalo un cuoricino.

È statisticamente provato che rialzando lo sguardo a malincuore l’universo spaziotemporale mi abbia tirato un qualche tiro mancino, catapultandomi in un mostruoso ritardo; e di nuovo –  vestiti calzati per caso, trucco frettoloso e dimenticanze scomode. Inveire contro gli automobilisti pacati. La macchina parcheggiata che nemmeno Sebastian Valmont in Cruel Intentions. Il treno fermo, le scale di corsa. Le porte che si chiudono, e ci manca solo che mi facciano il dito medio mentre il treno riparte. Che non era poi così in ritardo come diceva tizio. Forse dovrei dirglielo, tanto il prossimo treno è fra quaranta minuti. E ho saltato un video postato da Anna Dello Russo sulla sfilata di ieri. Twitter nemmeno l’ho aperto. Tanto, ritardo per ritardo…

Articolo scritto da Michela Aceti.

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