#CINEMA | Mia madre

Un pugno nello stomaco, ma anche una carezza. Una carezza che accompagna la morte di una madre, nella fattispecie quella di Nanni Moretti, regista del film. La pellicola è infatti autobiografica, ma Moretti lascia il posto a Margherita Buy nella parte della protagonista, Margherita, una regista impegnata e un po’ nevrotica che subisce la dolorosa perdita familiare. In un ritmo alternato la pellicola offre immagini della vita professionale di Margherita e spezzoni di quella personale, alle prese con l’assistenza ad una mamma (Giulia Lazzarini) in ospedale. L’una che si riversa sull’altra in un montaggio che fa avvertire allo spettatore la difficoltà di darsi ogni giorno allo scorrere normale della vita durante una situazione drammatica.

Lo spaccato di metacinema d’altra parte è funzionale ad alleggerire il dramma personale ed offre spunti di riflessione: è giusto fare ancora film impegnati? La società si è assuefatta ai racconti di crisi economica e di perdita del lavoro in un’epoca in cui – e qui sembra di vedere esclamare Moretti alle prese con il set – anche le comparse sono donne con labbra in silicone e uomini dalle sopracciglia sottili?

Co-protagonisti maschili John Turturro, nei panni di un attore straniero che mette a dura prova la già flebile pazienza di Margherita sul set, e lo stesso Nanni Moretti, nei panni del fratello, che la accompagna al capezzale della madre, di cui è figlio premuroso e attento.

Un film serio ma non serioso, profondo ma non attaccato al voyeurismo del dolore, descrive con grazia realistica il peggioramento delle condizioni di una madre giunta alla fine della vita. Un peggioramento visibile dai segni sul corpo, su cui la macchina da presa indugia appena, ma nota con inquadrature di dettaglio. Una pellicola universale che sa esprimere come la perdita di una madre, ma soprattutto l’attesa consapevole della perdita che sta per arrivare, significhi lo sgretolamento dei punti di riferimento, un momento di rimorsi e rimpianti che si confondono nel ricordo.

Momenti che finiscono spesso in un temuto squillo del telefono e in una speranzosa speranza di riabbracciare chi si ama. Domani, forse. Bel film d’autore italiano, da vedere con un fazzoletto a portata di mano. Encomiabile Giulia Lazzarini.

Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione pubblica e d’impresa. In un’era poliglotta, amo l’antica arte degli accostamenti nella lingua che derivò dal fiorentino. Turista curiosa e camminatrice instancabile; sostenitrice del diritto a godere di ogni bellezza, innanzitutto quella di un paesaggio che non venga deturpato. Soffro di istinti nevrotici alla Woody Allen. Tendenzialmente sarcastica, credo fermamente nel valore dello spirito critico (viva Marco Travaglio). Per allenare il mio, ho eletto a mie chiese i libri, le sale cinematografiche e il mare.