#Cinema | Interstellar

La nostra valutazione

Una macchina commerciale ben congeniata. Interstellar è un Nolan che imprime la sua cifra stilistica, ma che non merita di essere annoverato tra i migliori film del cinema d’autore.

Gli ingredienti del colossal fantascientifico ci sono tutti e prevedibili: un mondo da salvare, astronauti coraggiosi, rapporti familiari e amore. E non manca una sceneggiatura che sa parecchio di retorica.

Matthew McConaughey è Cooper, ex pilota NASA che vive con i figli e il padre, dedicandosi all’agricoltura in un mondo futuro in cui l’unica possibilità di sopravvivere è diventare agricoltori e coltivare il proprio cibo. Causa lo sfruttamento del XX secolo, infatti, il pianeta Terra sta diventando invivibile.

Il tema che sembra avere toni di denuncia sociale si spegne però ben presto per diventare pura fantascienza quando Cooper viene di nuovo coinvolto da una missione NASA e deve abbandonare la famiglia e i figli, tra cui Murph, la più piccola (oltre che fervida mente scientifica), che non perdona il padre per un distacco che si preannuncia molto lungo. Nonostante la confezione poco originale, la pellicola trova il suo merito nel modo in cui lega tutti gli elementi e li fa combaciare come in un puzzle che si va poco a poco a comporre sotto gli occhi dello spettatore. Senza far mancare tocchi sorprendenti (vedere “libreria”).

Il già visto ma immutato fascino della relatività temporale finisce il mix con un gioco tra passato, presente e futuro che lascia lo spettatore a porsi interrogativi sulla possibilità degli eventi e sull’universo.

Molto bello il finale affidato all’astronauta Anne Hathaway, che con il suo discorso fornisce una lettura metaforica che forse recupera il film aggiungendo un livello emotivo – concettuale alla pura fantascienza. La trascendenza più grande non è forse il sentimento più umano mai esistito?

Interstellar è un film che non entusiasma, ma che riesce a coinvolgere, perché stuzzica la curiosità dello spettatore con intelligenza. E (forse questo è il merito dei grandi registi come Christopher Nolan) merita di essere visto nonostante non tolga e non metta niente di nuovo al panorama cinematografico internazionale.

The Breakdown

Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione pubblica e d’impresa. In un’era poliglotta, amo l’antica arte degli accostamenti nella lingua che derivò dal fiorentino. Turista curiosa e camminatrice instancabile; sostenitrice del diritto a godere di ogni bellezza, innanzitutto quella di un paesaggio che non venga deturpato. Soffro di istinti nevrotici alla Woody Allen. Tendenzialmente sarcastica, credo fermamente nel valore dello spirito critico (viva Marco Travaglio). Per allenare il mio, ho eletto a mie chiese i libri, le sale cinematografiche e il mare.