#INTERVIEW | STAMINALI: ENJOY THE SCENE – SIXTHMINOR

Nostro signore si fermò ad Eboli, ma a quanto pare musica, artisti e cultura, specie quando non di fattura nostrana, raramente superano l’uscita di Roma Sud. E si sa. Scorriamo le date dei tour dei nostri artisti preferiti e, piuttosto faranno tappa a Nonantola, vicino Modena, ma “oltre roma i grandi artisti non scendono”. Ormai è un dato di fatto, e come tutti i dati di fatto, è opinabile, tendenzioso, e il più delle volte non vero, ma una cosa è certa, se da Frosinone in poi raramente vedremo i grandi palchi e i grandi artisti internazionali, tutt’altra storia è ciò che laggiù si produce, si rimescola, e si genera. Fermento e qualità ci sono ma non si vedono, (mal)celate da mentalità, mancanza di strutture.

Alla faccia dei grandi palchi però la bella notizia arriva proprio da Napoli, terra natia del progetto dei Sixth Minor, scovati quasi per caso neanche ricordo come. Fossero stati tutto tranne che italiani e avessero avuto la luce che mai e poi mai arriverà da Roma in giù, sono abbastanza sicuro che oggi sarebbero troppo impegnati ad occupare le line up dei migliori festival internazionali per concedermi questa intervista. Sperimentazione, e uso del postrock a proprio piacemento, ma soprattutto al servizio delle sonorità più ricercate nella scena elettronica, sono le note distintive del progetto “made in sud” dei Sixth Minor, ospiti di “Staminali: Enjoy the Scene”

 

1. Come nasce il lavoro Wireframe?

Wireframe nasce dall’entusiasmo e dalla voglia di sperimentare nuove sonorità e di dare libero sfogo alla nostra passione per la musica senza essere circoscritti e/o limitati ad un determinato genere musicale.

 

2. Perchè un duo decide di fare musica per 4 o 5 elementi? Come cambia in tal senso l’approccio al processo creativo?

Contrariamente a quanto può apparire, il nostro modo di comporre e concepire la musica, si avvicina sicuramente più alla sfera di producer di musica elettronica che di quella di “classica” formazione rock.

Di solito il processo creativo parte con l’interazione del computer e poi con gli altri strumenti.

Nonostante la nostra propensione all’elettronica è per noi indispensabile l’interazione con strumenti più “standard” come chitarra e batteria anche perchè siamo affascinati dal mix analogico/digitale.

 

3. Cosa significa provare ad uscire, proponendo un sound così spudoratamente internazionale ma partendo da così lontano da piazze e scene (ingiustamente) più in luce di Napoli?

Sicuramente si fa molta fatica. Siamo consapevoli che quello che produciamo è abbastanza decontestualizzato e quasi “azzardato”, ma questa è una conseguenza del fatto che,non solo Napoli, ma a nostro avviso anche l’intera scena nazionale sia letteralmente in cancrena.

Sono pochi gli artisti che innovano e/o provano a sperimentare. Eppure esiste un sottobosco musicale italiano molto interessante ma è schiacciato da questa situazione perchè il focus d’ascolto è verso artisti che a nostro parere propongono cose abbastanza noiose, scontate e risentite, e non ti parlo del mainstream, ma della scena alternativa italiana che a nostro parere di alternativo ha ben poco.

 

4. Attualmente siete nuovamente in studio per registrare, esiste una deriva per questo nuovo lavoro che potreste rinchiudere in tre artisti di riferimento?

Contrariamente a Wireframe, considerato per noi quasi più un esperimento, questo nuovo disco rappresenta davvero il raggiungimento di un lavoro maturo. Pensiamo che questo disco rappresenti realmente il nostro sound che dopo wireframe è andato evolvendosi verso una direzione ancora più oscura e noise.

Se proprio dobbiamo fare dei nomi di artisti che sicuramente hanno influenzato il nostro lavoro potremmo citare i 65dos, Jonhopkins e Gesaffelstein.

 

5. Siete su Spotify, per molti considerato il colpo finale al mercato discografico così come ce lo ricordavamo. Quale idea c’è dietro l’utilizzo da parte de i Sixth Minor di questa potente piattaforma digitale.

Benvenuti nel 2014. Anche se siamo forti estimatori dei Vinili e dei CD’s, non possiamo non essere favorevoli alla diffusione dei contenuti digitali tramite internet. Crediamo che colossi come Spotify, Deezer e Itunes ( giusto per fare un esempio ), rappresentino la naturale evoluzione della distribuzione musicale, così come è stato il CD per il Vinile. Spotify rappresenta per noi solo un mezzo, come gli altri, per diffondere la nostra musica.

 

6. Dove vogliono arrivare i Sixth Minor, e come?

Il sogno e è quella di riuscire un giorno a vivere al 100% di musica. Non ci interessano guadagni iperstellari e/o diventare delle “rockstar”. Semplicemente quello di guadagnare quanto basta per dedicarsi completamente alla sperimentazione musicale.

La musica è parte integrante e fondamentale della nostra vita, è non ci asterremo mai nel produrla, vada come vada…

 

L’uscita del nuovo lavoro in studio dei Sixth Minor sa di momento topico, per la scena in generale, in cerca di una boccata d’aria, e per quella meridionale in particolare, raramente osservata con reale attenzione e troppo spesso monopolizzata da sonorità cantautoriali e tipicamente radicate nella tradizione. Al contrario i Sixth Minor si guardano intorno e iniziano a battere strade, almeno in Italia poco frequentate, con il rischio di perdersi o di farsi pionieri. Staremo a vedere, per ora il respiro internazionale di questi ragazzi è tangibile e meraviglioso, come lo sforzo creativo e lo spessore dietro ogni singola battuta di Wireframe.

La ricerca della soluzione meno scontata. Un calcio al provincialismo. La bella notizia insomma.

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Musicante generico. Orgogliosamente facente parte del tanto decantato “precariato della ricerca”. Da sempre interessato a iniziare cose per non concluderle, ho suonato in numerose formazioni, ho organizzato eventi, concerti, aperitivi, e meravigliose cene. Ho trovato "fare radio" il miglior modo per trovarsi una ragazza, o più di una. Sono autore, e indomito ascoltatore, come batterista, milito felicemente nei Montag, progetto strumentale/postqualsiasicosavogliate. Mi appassiona ciò che non piace già a troppi, ma soprattutto la parola “upworthy” e chi la usa; ostile verso chi dice di non guardare più la TV, chi va ai concerti e dice che il precedente, in cui non c'eri, è stato migliore, e verso chi si adagia, si adatta, e si accontenta, perchè loro è la responsabilità di tutto ciò che odio.