Gomorra – La Serie | Marco D’Amore – L’intervista

Alla vigilia degli ultimi due episodi di  “Gomorra – La Serie“, abbiamo intervistato in esclusiva Marco D’amore, più noto al pubblico italiano come Ciro Di Marzio, detto l’immortale. E’ il protagonista assoluto della fortunatissima serie che va in onda su Sky Atlantic ogni martedì alle 21.10. Se siete amanti del cinema lo ricorderete anche per altri lavori: nel 2012 ha interpretato il ruolo di  “Cecio”, in “Benvenuti a tavola”, di Francesco Miccichè. Due anni prima ha recitato al fianco di un mostro sacro del cinema italiano, Toni Servillo, in “Una vita tranquilla”. Prima del cinema, nella carriera di Marco D’amore c’è stato tanto, ma proprio tanto teatro. Con lui abbiamo parlato di Ciro Di Marzio, della serie Gomorra, ma anche della sua Caserta e dei suoi progetti futuri.

Negli ultimi due episodi Ciro Di Marzio ha mostrato tutta la sua ferocia da camorrista, disilludendo molti telespettatori che si erano innamorati del suo personaggio. Su Twitter hai detto che così facendo hai raggiunto il tuo obiettivo e che non vuoi che Ciro Di Marzio abbia fan. Ci spieghi il motivo?

La mia ovviamente era una provocazione scherzosa. Il compito prefissato da questa serie  era quello di indagare la realtà senza né mitizzarla, né renderla simpatica. Noi attori, avendo letto la sceneggiatura, sapevamo a cosa andavamo incontro. Nello specifico il mio personaggio si macchia di una serie di innumerevoli omicidi, fino ad arrivare alla puntata 9, che segna un cambiamento drammatico ed ha un rimando dolorosissimo alla realtà: è evidente che la storia di Manu (la fidanzata di Danielino) ricorda la fine inenarrabile di Gelsomina Verde. Se il punto di vista del racconto è onesto non crea dei miti. Molti fanno un parallelo tra la nostra serie e Romanzo Criminale, ma non c’è niente di più sbagliato. Già nell’accezione “romanzo” è racchiusa una distinzione colossale con Gomorra, anche se poi ci sono comunque dei personaggi  che ricalcano le figure di persone realmente esistite. Noi partiamo da un libro di inchiesta, d’indagine, di cronaca.

Il successo della serie probabilmente è dovuto proprio alla sua veridicità, alla sua natura più documentaristica che narrativa. Quanto ha influito in questa scelta Roberto Saviano?

Roberto è il custode di Gomorra, che è diventata una Bibbia. Nutriva un desiderio di serialità rispetto al film, perché sentiva che, nonostante sia stato un capolavoro, abbia raccontato solo una vertigine di Gomorra.  Quindi Roberto ha contribuito all’editing, segnando la traccia della serie e arricchendo il lavoro degli sceneggiatori con i suoi racconti su una realtà esistente.  Io credo che il successo di questo prodotto sia legato alla qualità filmica. Intendo cioè il lavoro puntuale degli sceneggiatori, il grandissimo apporto  produttivo, la qualità dei tre registi, tutti provenienti dal cinema, ma soprattutto la più grande eccellenza di questa serie: i 200 attori campani che dimostrano, laddove ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante il deserto delle istituzioni, il nostro territorio è una fucina di talenti  che non ha eguali sul territorio nazionale. Del resto siamo la prima serie venduta negli Stati Uniti!

Se vista senza filtro, e per filtro intendiamo senso della legalità, sani principi e spirito critico, c’è il rischio che alcuni ragazzi vedano nei protagonisti di Gomorra idoli a cui ispirarsi. Il triste epilogo di “Danielino” può aver scosso la coscienza di qualche ragazzo che ha preso una cattiva strada?

Non solo lo penso, ma vi faccio una domanda:  quei ragazzi che  vivono in un mondo criminale hanno bisogno di vedere me che sparo con una pistola finta per emulare certi gesti? Loro emulano l’atroce realtà che vivono tutti i giorni! Inutile quindi fare gli intellettuali da bar quando esiste una realtà che alcuni ragazzi vivono quotidianamente. Noi, paragonati ad essa, facciamo ridere! La cosa che mi auguro è che non si prenda Napoli, così come tutto il nostro territorio, come simbolo di un male, perché la serie è il paradigma di un male diffuso a livello globale, non a caso ha avuto fortuna anche all’estero. Tantissime realtà come quella italiana, e non solo napoletana,  sono presenti ovunque.

L’errore più grande che si commette è proprio di pensare che il male della camorra si concentri totalmente nella città di Napoli…

A tal proposito credo che uno degli episodi più atroci, anche se non si sono visti morti ammazzati, è quello ambientato a Milano. Lì si vede dove sono investiti i soldi delle organizzazioni criminali, sono rappresentate persone che fanno la bella vita e si proteggono dai propri reati col colletto bianco e la cravatta, a differenza dei criminali, come noi nella serie, che sono topi e vivono negli scantinati. Credo che sia l’episodio più violento in assoluto.

Ultimamente hai rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in una location spettrale:  l’ex Saint Gobain. Come vorresti che rinascesse quell’ area nel cuore di Caserta?

Nei confronti di quell’area nutro un’incazzatura abbastanza forte, perché è proprio dietro casa mia e in anni recenti era diventato un piccolo polmone verde dove ci ritrovavamo in migliaia per correre, giocare con i bambini e passeggiare con i cani. Adesso ci stanno supercostruendo, sta diventando un altro polo non industriale, ma zeppo di hotels e case, che va benissimo, però  potrebbe essere bello ripartire da quello scheletro per costruire uno spazio pubblico per i cittadini e restituire qualcosa ai casertani. Mi auguro che diventi un bel parco o qualcosa del genere.

A proposito di industria, stai producendo con Francesco Ghiaccio il film “Un posto sicuro”, che narra della vicenda della Eternit di Casale Monferrato. Com’è nata questa idea?

È nata innanzitutto dalla collaborazione ormai quindicennale con Francesco, un bravissimo, giovane sceneggiatore di Casale Monferrato, che ho conosciuto alla Grassi a Milano, ci siamo diplomati insieme. Lui aveva l’esigenza di narrare un episodio drammatico che ha sconvolto la sua terra, che può essere uno spunto di riflessione per tante situazioni analoghe: penso a Taranto e all’Ilva, che ancora non hanno una risoluzione. Quella dell’ Eternit è una storia di cui nessuno ha mai raccontato, dal punto di vista filmico o teatrale, e noi stiamo trovando tante difficoltà a farlo, infatti ci autoproduciamo.

 

Marco D’Amore ha parlato anche del suo rapporto con i social e il web in un’intervista esclusiva per add-communication.com

Tremendamente curioso e goloso, rompipalle al punto giusto, adoro leggere gialli e romanzi storici. Football e internet addicted. Nutro un profondo amore per la Spagna dove ho vissuto un anno grazie al progetto Erasmus, ma il primo amore resta la mia Napoli. Laureato in “Comunicazione pubblica e d’impresa”, ho fondato e gestisco lo spazio web add-communication.com