#Cinema | Jobs

L’obiettivo sicuramente centrato dall’attesa pellicola sulla vita di Steve Jobs è uno: rendere il visionario fondatore della Apple straordinariamente antipatico. Lo sarà anche stato, ma di certo non doveva essere questo il tema preponderante di un suo biotopic. Invece il regista Joshua Michael Stern pare addirittura collegare in maniera snobistica il suo genio singolare all’irritante superbia. Sono schizzinoso, non voglio bene a nessuno (tranne che al mio pc), calpesto i rapporti personali e quindi sono un valoroso visionario, pare ripetere in ogni momento il Jobs portato sullo schermo da Stern. Per lo più senza farci mancare una ripetuta (e inutile) critica all’insegnamento universitario.
A vestire i panni di Jobs sul set è stato Ashton Kutcher che è riuscito comunque a garantire una somiglianza apprezzabile, compresa una certa aria di sfida nello sguardo. Parte ancor meglio riuscita è quella del co-fondatore della società, l’amico di gioventù Steve Wozniack, il sensibile nerd interpretato da Josh Gad.

La pellicola inizia con la presentazione dell’iPad nel 2011 per poi andare, con un flashback, a ritroso fino al 1974, con uno Steve Job che ha appena abbandonato gli studi e lavora alla Atari come sviluppatore di videogiochi. Da lì si percorre l’iter di nascita della società nel famoso garage (quello nel film è quello vero), il decollo delle vendite che fa diventare la Apple degna rivale dell’IBM, la quotazione in Borsa e i guai che iniziano per Jobs, quando motivazioni economico – amministrative gli rubano l’azienda di cui è fondatore. Troppa ricerca e sviluppo per il CdA, capeggiato da Schully, chiamato dallo stesso Jobs come amministratore delegato un anno prima.
Ma la sua esperienza in Apple non è finita: il futuro che lui ben sapeva prevedere, gli darà ragione alcuni anni dopo e così un nuovo consiglio lo chiamerà per risollevare le sorti di un’azienda che senza suo “padre” stava per toccare il fondo. Finisce così la pellicola, non toccando il successo che renderà il mito di Jobs quello che è.

Le vicissitudini del protagonista in Apple non sono appassionanti. Forse perché ci si ferma un momento prima che lo diventino, forse perché il suo rapporto di filiazione con un’azienda a cui riconosce la paternità prima ancora che a sua figlia risulta trattato come pura ossessione. Un film sul “pre-successo” avrebbe dovuto almeno approfondire la storia dell’uomo, mentre qui è solo accennata. La sceneggiatura non aiuta, i dialoghi sembrano slogan con poco spessore. Un film che si risolve insomma in “storia di una vendetta”. Ripetitivo e borioso. Una pellicola di cui non si sentiva il bisogno e che non rispecchia il personaggio che racconta. Poco brillante, poco affamato (di verve) e sicuramente poco folle.

Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione pubblica e d’impresa. In un’era poliglotta, amo l’antica arte degli accostamenti nella lingua che derivò dal fiorentino. Turista curiosa e camminatrice instancabile; sostenitrice del diritto a godere di ogni bellezza, innanzitutto quella di un paesaggio che non venga deturpato. Soffro di istinti nevrotici alla Woody Allen. Tendenzialmente sarcastica, credo fermamente nel valore dello spirito critico (viva Marco Travaglio). Per allenare il mio, ho eletto a mie chiese i libri, le sale cinematografiche e il mare.