#Cinema | Blue Jasmine

Un Woody Allen in forma smagliante quello alla regia di “Blue Jasmine”. Alle prese stavolta non con una commedia (il suo genere prediletto), ma con un drammatico. girato non più in Europa come le sue ultime pellicole, ma con un ritorno nella patria americana: non tuttavia nella sua città per eccellenza, New York, ma a San Francisco.

“Blue Jasmine” non ha una trama particolarmente originale (o meglio non troppo, considerando che la realtà regala spesso storie simili), ma ne vengono fuori personaggi molto ben strutturati e tinteggiati, costumi e location a dir poco perfette. Che ci trascinano nella storia. La protagonista Jasmine/Jeanette (Cate Blanchette), è una donna “caduta”. Caduta psicologicamente da un matrimonio perfetto alla certezza dei tradimenti e delle truffe del marito (Alec Baldwin); caduta “socialmente” dagli sfarzi dell’alta società all'”intima” casa della sorellastra Ginger (Sally Hawkins), inserviente in un supermercato e quasi sposata con un uomo dall’apparenza rozza, ma dal sentimento elegante (Bobby Cannavale).

Con ancora sulle spalle i drammi subiti, Jasmine cercherà di cominciare daccapo in una realtà che non sente propria: lei stessa, come i suoi vestiti, non sono mai adeguati alla nuova situazione. Tanto da cercare in un uomo la scorciatoia utile per uscirne. Per poi capire che non si scappa dal proprio passato così facilmente. Nonostante l’aria di ostentata superiorità, il personaggio di Jasmine suscita più compassione che antipatia. Sembra snob per limite e per necessità quasi ontologica: é l’unico stile di vita che riesce a condurre senza abusare di Xanax. Tanto da risultare lei quella fragile e con bisogno di aiuto, rispetto alla sorella di buon cuore che non ricambia mai le offese ricevute e che pare al tempo stesso molto più risoluta. Magistrale l’interpretazione di Cate Blanchette nei panni di una donna che rifiuta il cambiamento e che per questo rimane sola con le sue turbe.

Nomination al Golden Globe per l’interpretazione di entrambe le attrici.
Nonostante la nevrosi abbia nelle pellicole di Woody Allen sempre un ruolo di primo piano, i 98 minuti di durata scivolano via con piacere e leggerezza. Molti hanno parlato di un grande ritorno di Allen; io credo che non se ne sia mai andato, che tra pellicole più o meno acclamate non ce ne sia mai stata una che non abbia meritato una visione. È il cinema d’autore. E quello di Allen, alle soglie degli ottanta natali e dei cinquanta film, conserva il suo infallibile marchio tradizionale, pur essendo al contempo al passo coi tempi.

Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione pubblica e d’impresa. In un’era poliglotta, amo l’antica arte degli accostamenti nella lingua che derivò dal fiorentino. Turista curiosa e camminatrice instancabile; sostenitrice del diritto a godere di ogni bellezza, innanzitutto quella di un paesaggio che non venga deturpato. Soffro di istinti nevrotici alla Woody Allen. Tendenzialmente sarcastica, credo fermamente nel valore dello spirito critico (viva Marco Travaglio). Per allenare il mio, ho eletto a mie chiese i libri, le sale cinematografiche e il mare.