Staminali: Enjoy the Scene intervista ai Grannies Club

Parlare dei Grannies per me è facile, per quello che fanno e per come lo fanno. Incredibilmente bene, e con estrema facilità come se fossero nati per farlo. Li seguo da un bel po’ questi grannies, da un loro concerto in un locale di Roma nello storico quartiere di San Lorenzo, ben tre anni fa.
Un concerto in cui in realtà io non c’ero.
In quel periodo però organizzavo concerti, ero alla disperata ricerca di un gruppo e un mio amico, che invece a quel concerto era andato, me li propose, me li consigliò con forza. Fu subito amore.
Parlare dei Grannies, credetemi, è facile, del loro modo di aggredire palco e pubblico quando suonano, della loro retorica rock’n’roll/garage che però è valido tributo, e della loro ingenua umiltà, come se essere da mesi in rotazione nazionale e non grazie a singoli micidiali scelti a destra e a manca da radio, programmi televisivi e pubblicità, non significhi proprio nulla per loro; una semplicità, la loro, che perferisco leggere come strafottenza da rocker, in perfetto stile ol’ british.

E’ tutto semplice, tranne beccarli questi Grannies. Abitano lontano, lavorano con orari infami, e quando sono liberi, chiaramente, sono su un palco, e da lì sicuro non li smuovi. Praticamente un’impresa tenerli fermi a parlare ma gli sto indietro da un po’, e attraverso l’amicizia maturata con Francesca, manager vecchio stile (tanto per cambiare), di quelli tutto fare, e David, il frontman, riesco ad ottenere il tempo di un’intervista, con la scusa di una birra “dove volete voi”.

David, che è anche cantante e chitarrista è il primo ad arrivare, con Francesca. Ci vediamo al Pigneto, che loro odiano anche se non lo dicono, ma che è incredibilmente vicino casa mia e quindi, mia intervista, mie regole. Ne mancano due. “Ora arrivano” mi dicono, ma intanto prendiamo da bere, saluti calorosi di chi non si vede da secoli (l’ultima volta risale all’estate scorsa, quando con il mio gruppo divisi con i Grannies il palco del Contestaccio), pochi minuti dedicati alle reciproche quotidiane rotture di palle, il nuovo governo di turno, il ritorno del freddo e scegliamo uno dei tanti localini in zona per metterci comodi. Iniziamo, non se ne parla di assumere toni formali, per fortuna, ma siamo alla seconda birra e non ho scritto ancora nulla, quindi, mi impongo.

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Chi sono questi Grannies Club, David?”, Francesca, che gli è affianco sorride e si accende una sigaretta, io la seguo a ruota, in attesa della risposta.
Dovresti piuttosto chiedermi cos’è il Grannies Club” risponde David, giocando con il bicchiere. Lo guardo incuriosito e lo spingo a continuare, “il Grannies Club è il luogo in cui si scatena il party più sfrenato al quale ti sia mai capitato di partecipare. Noi quattro, la band, siamo gli “officianti” del rito che di volta in volta si ripete ai nostri raduni. Noi facciamo scattare la scintilla, la gente fa il resto e più ha voglia di divertirsi, sentirsi libera, più le fiamme si alzano” L’immagine è chiara, “E’ un club a cui conviene essere iscritti insomma” dico io; “E’ il Club a cui tutti vorrebbero essere iscritti, a meno di non esserne a conoscenza o di essere precocemente planati nell’autunno della propria esistenza” risponde.

Perfetto, è chiarissimo, ma mentre David sorseggia la sua birra soddisfatto dalla sua stessa dirompente risposta, non posso non chiedergli un ulteriore, quasi ovvio, chiarimento “E cosa c’entrano le nonne allora?” La domanda fa ridere, ma si vede che era nell’aria perchè la risposta è immediata“Bè, è semplice, il motivo per cui un’immagine così sfrenata sia collegata ad un nome inneggiante alle nonne, quel Grannies, roba da gatti e vecchi merletti, è che vogliamo riportare le persone a ballare sulla musica suonata dal vivo” (in effetti cosa non scontata di sti tempi, rumoreggio io) “prodotta da esseri umani sul momento, come accadeva alle nostre nonne prima dell’avvento dei Djset e di macchinari infernali produttori di beats freddi e impersonali. I Grannies Club sudano, non solo in senso metaforico, allo scopo di allargare sempre di più la cerchia dei propri adepti e scrivere una nuova pagina della musica italiana”.

Perfetto, l’anima vintage rock è emersa praticamente subito. Il purismo, per qualcuno limite, per qualcuno pregio, è sempre stato vincente, d’ altrocanto, se qualcosa funziona, perchè cambiarla? Un certo rock non può essere fatto che in una certa maniera, e sebbene sia poco convinto riguardo il gelo di “beats e macchinari infernali” comprendo lo spirito della risposta, e mi sta bene. La prima è andata, la seconda birra pure. Intanto arrivano anche gli altri tre assenti, aggiungiamo sedie e facciamo spazio. Ordiniamo ancora da bere, e andiamo avanti.


Come vi siete ritrovati, voi quattro, e come è nata l’idea di essere un progetto?” chiedo; risponde Romolo, il batterista. “Con david ci conosciamo fin dai tempi delle scuole, e avevamo già suonato insieme. Roba amatoriale, niente di serio”, poi riprende la parola David, “La Band nasce in una primavera di qualche tempo fa quando, grazie ad un moto spontaneo della mia anima, decisi di mollare la mia precoce e promettente carriera di consulente per una grande società, che svolgevo grazie ad una laurea in urbanistica e al contempo di porre fine ad una lunga attività di strimpellatore da falò. La mia nuova missione era fare della musica una professione e qualche idea c’era già.

Idee che ho fatto ascoltare a Romolo. Con una sorta di gioco del telefono senza fili Romolo tira dentro Claudio alla chitarra, che tira dentro Mick al Basso. Ci siamo chiusi un paio di mesi in un box al mare, vicino Roma, e ne siamo usciti al sole dell’estate come una band, con una manciata di canzoni e un sogno che stiamo ancora cercando di realizzare.


Intanto, grazie al lavoro di Francesca, i ragazzi sono arrivati a Radio2, dopo aver firmato la colonna sonora di una fiction per la Rai e la sigla di un programma per Sky, recentemente sono tornati sotto etichetta (Don’tWorryRec) dopo una prima esperienza e un primo Ep con TeenSoundRecords. Ad aprile saranno nella terra di loro massima ispirazione, per due date a Londra, ma non sono mancati scossoni e (temporanei) cambi di formazione, e allora ricomincio a far domande e chiedo cosa mantenga unito il Grannies Club, dovendosi barcamenare, in italia, tra impegni lavorativi e i sogni di gloria.

Le cose che ci tengono uniti sono l’amore per noi stessi, l’amicizia l’uno per l’altro, il rispetto per il ruolo paritario che ognuno nella band occupa. E nonostante i momenti difficili che abbiamo incontrato durante il percorso, la voglia di andare avanti, di vedere cosa ci riservava il futuro è stata sempre maggiore rispetto al pretesto per mollare tutto e mandarci affanculo l’un l’altro. Un’altra abilità che ci ha concesso di andare avanti è stata la capacità di guadare oltre gli errori fatti di volta in volta da ognuno di noi. Siamo rimasti uniti grazie a tutto questo, al coraggio di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, mantenendo la fede in un sogno comune”.

Lascio i ragazzi crogiolarsi in questo momento di estrema tenerezza, mentre Francesca ribadisce la difficoltà, tipica di tutte le formazioni, di coordinare disponibilità, ritmi e necessità di ciascuno, ma poi insisto accennando a quanto sia però determinante la difficoltà nel riuscirsi a mantenere concentrati e, per esempio, comunque entusiasti per momenti di gloria che però non pagano, quando di mezzo c’è la necessità di far soldi per l’affitto, la benzina o un banale un cambio di corde. “Vorrei resistere alla tentazione di lamentarmi perché di cose che non funzionano ce ne sono tante e sono sotto gli occhi di tutti. il vero problema è che avere un gruppo non è un hobby ma fino al momento in cui la musica non ti da da mangiare il tempo che puoi dedicargli è sempre limitato e limitante. L’unico vero sacrificio è non potersi dedicare anima e corpo 24 h a ciò che più ami al mondo”. Gli altri annuiscono, l’argomento è difficile e spigoloso. Lo chiudiamo subito.

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Sono parecchio soddisfatto finora e, finita anche la terza birra, ci spostiamo. Probabilmente suonano in un locale vicino l’area pedonale, e decidiamo di andare a curiosare. E’ anche il pretesto per continuare a chiacchierare, mentre passeggiamo a pugni chiusi, dal freddo, nelle nostre giacche. “Cosa ne pensate della scena in cui cercate di imporvi con il vostro ultimo lavoro, il primo full album, Join Up?

Non so se in Italia esista o si possa parlare di scena. Mi sembra che la situazione sia molto frammentaria, ma anche molto viva e vivace. Il problema credo sia l’esistenza di una moltitudine di microcosmi, dalle nicchie più ortodosse ai circuiti non ben definiti in cui finisce un po’ tutto e il contrario di tutto. Tutte queste realtà non parlano tra loro a causa dei loro diversi linguaggi, che rendono difficile un confronto, o forse perché semplicemente non c’è voglia di comunicare. Questa frammentazione non permette ai gruppi di operare in una rete connessa e globale al livello nazionale e perché no, linkata con quella estera soprattutto europea. Insomma tutto questo non permette la formazione e la strutturazione di un vero e proprio circuito underground parallelo che permetta a chi ha le carte in regola di lavorare

Arrivati al locale, prima di entrare, siamo titubanti. E’ tardi e quello che sentiamo da fuori non ci convince a pieno. Chiediamo delucidazioni all’entrata: concerto quasi finito, e a seguire, djset di sconosciuta natura. Decido di non perdere altro tempo, anche perchè i ragazzi, arrivati direttamente dal lavoro, iniziano a dare segni di cedimento, e prendendo spunto dalla situazione chiedo a David, se dentro ci fossero loro, per quale motivo dovrei entrare e pagare un biglietto.

Dovresti ricordare la risposta alla prima domanda” mi fa, e in effetti ha ragione, la descrizione prometteva bene, poi Claudio interviene “E’ un evento esclusivo per pochi, ma non sarà così per ancora molto tempo!” ma immediatamente lascia finire di parlare il suo frontman “Amiamo le canzoni che scriviamo, i live incendiari che mettiamo a segno, lo stare insieme quando riusciamo a vivere quelle piccole esperienze da musicisti veri che sono i live lontani da casa. Amiamo molto il fatto di riuscire a far ballare la gente, ad eliminare certe inibizioni di forma che purtroppo gli italiani mantengono in ogni circostanza. Amiamo quando le donne escono sudate e spettinate dai nostri live” E come dargli torto?

Mentre la serata e l’intervista, entrambe piacevoli, si avviano a concludersi, da buoni musicisti, e stuzzicati dalla variegata (pure troppo) playlist del djset che intanto è iniziato, non riusciamo a non parlare di musica da ascoltare. La conseguente, ultima domanda viene da sé. “Quali sono i gruppi che maggiormente hanno segnato il Grannies Club?”. Mai domanda fu più sbagliata, data l’ora e la stanchezza, ma i Grannies diventano un fiume in piena. David, poi, è un catalogo vivente. Ha ascoltato e suonato di tutto. La sua illuminazione, come chitarrista, è l’Unplugged in NewYork dei Nirvana, un classico. Da Cobain in poi, la predisposizione è sempre stata per tutto ciò che mostrasse un’attitudine Do It Yourself e Lo-Fi, “vera o costruita che sia” specifica, citando Stooges, White Stripes, Velvet Underground, Strokes, Clash, Libertines, Sonics e Black Lips.

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Capitolo a parte lo riservo ovviamente a Beatles e Rolling Stones che sono le fondamenta dal quale tutto inevitabilmente è partito e a cui tutto inevitabilmente torna. Se vuoi ti potrei indicare una lista che non sarà brevissima…” conclude minaccioso, con gli occhi terrorizzati di chi debba scegliere a chi voler più bene tra mamma e papà “Non si può chiedere ad un essere umano di indicare uno o pochi album, dei Beatles o degli Stones per esempio.

Prendili tutti, ti concedo di lasciare fuori quelli degli Stones a partire dalla seconda metà degli anni ’70, ma è il massimo che posso fare: Kinda Kinks la rabbia giovanile all’inglese, quasi già punk allora in alcuni momenti, ma anche la misura e le melodie più belle forse perfino più belle di quelle sfornate da Sir Paul e John; The The Stooges, l’album, che ti spappola il cervello e sentito al volume giusto anche le orecchie, The Velvet Underground e Nico, la bellezza e la diversità, la bellezza della diversità, niente ha mai suonato e mai suonerà come i Velvet Underground; New York Dolls s/t siamo già al primo revival del Rock n Roll anni ’50 declinato quasi in chiave punk che arriverà di li a breve, non puoi chiedere niente di più divertente e spensierato alla vita, forse solo I Beach Boys di Surfin Safari suonano più leggeri, magici e divertenti di loro; Wire Pink Flag, il punk di Ramones e Clash non puoi non amarlo ma quando senti loro capisci che andare oltre in alcuni casi diventa Arte, un’opera d’Arte; The Bends Radiohead e qui sono cominciati i problemi con le pedaliere delle chitarre, ma come fai a non innamorarti di johnny Greenwood, dei suoi suoni e del suo modo di suonare, come puoi non amare Ok Computer? Poi taglio corto, ma gli ultimi dischi che per vari motivi hanno spostato il mio centro sono stati: White Blood Cell dei White Stripes, Is This It degli Strokes, Up The Bracket dei Libertines e Let It Bloom dei Black Lips, ascolta Join Up dei Grannies Club e capirai perché!

I ragazzi del Grannies Club vanno via a pezzi, domani lavorano e qualcuno non ricorda neanche dove ha parcheggiato.

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Ci salutiamo, ripromettendoci di rifarlo il prima possibile ma prima chiedo informazioni sulle prossime date, e i progetti futuri: “Siamo nel pieno della promozione del nostro primo disco Join Up! Abbiamo interviste in radio, un calendario di concerti che si sta definendo e che ci porterà in giro per lo stivale nei prossimi mesi. Tutte gli aggiornamenti per conoscere i nostri prossimi movimenti sono sul nostro sito ufficiale www.granniesclub.com, su Facebook e Twitter” poi aggiunge mentre ci stringiamo la mano “Sbrigatevi ad entrare nel Club!!!” con un fare quasi profetico, di chi la sa lunga.

Ci sanno fare questi del GranniesClub; la loro glorificazione di sonorità e tempi lontani, quell’anima vintage rock sbandierata da subito, è il loro tratto distintivo, il loro punto di forza. Se dovesse diventare anche il loro limite, questo staremo a vederlo. Per sperimentare c’è sempre tempo, e poi, si sa, se una cosa funziona, perchè provare a cambiarla? Il Club è aperto. State già entrando?

Musicante generico. Orgogliosamente facente parte del tanto decantato “precariato della ricerca”. Da sempre interessato a iniziare cose per non concluderle, ho suonato in numerose formazioni, ho organizzato eventi, concerti, aperitivi, e meravigliose cene. Ho trovato "fare radio" il miglior modo per trovarsi una ragazza, o più di una. Sono autore, e indomito ascoltatore, come batterista, milito felicemente nei Montag, progetto strumentale/postqualsiasicosavogliate. Mi appassiona ciò che non piace già a troppi, ma soprattutto la parola “upworthy” e chi la usa; ostile verso chi dice di non guardare più la TV, chi va ai concerti e dice che il precedente, in cui non c'eri, è stato migliore, e verso chi si adagia, si adatta, e si accontenta, perchè loro è la responsabilità di tutto ciò che odio.