Albert Hammond Jr. (The Strokes), storia di un album solista. | PT. 2

Esiste una peculiare attitudine in ogni artista, che è quella di fare da solo. Non c’è vetta già raggiunta che tenga e nulla può il vil denaro già accatastato, arriva un momento in cui l’artista, naturalmente, decide di fare da solo. E’ un fenomeno, quello della nascita di un progetto solista, che mi ha sempre molto affascinato, nel tempo ho anche provato a maturare quali possano essere le diverse possibilità alla base dell’evento e ho imparato che, in fondo, per coglierne le più profonde motivazioni, basta ascoltarlo un album solista.

La noia dell’artista in questione è solitamente la prima indiziata, ma la ragione primaria rimane quasi sempre la stessa: consacrare sé stesso, sentirsi artefice di quella fama che a volte qualcuno si stanca di vivere di riflesso. Insomma, era il 1947, e una tal Margaret Whiting, americana di Detroit, dopo anni dedicati a fare da spalla ad altri e in altre orchestre, decise, non consapevole del fenomeno che da lì in poi si sarebbe scatenato, di farsi mettere sotto contratto dalla allora neonata Capitol Records.

Margaret Whiting fu così uno dei primi artisti a decidere, all’improvviso, di voler fare da sola. Ora, quando ti affezioni ad un gruppo, per quanto la cosa possa visceramente infastidire, come fosse un turbamento inaccettabile, con i mille pensieri a cui da adito sulla stabilità e il futuro di quel gruppo, non è possibile non mettere a conto l’uscita di un album solista.

Spesso è il frontman che prova a mettere insieme pezzi di cui il gruppo, magari fino a quel momento accondiscendente, è diventato stanco, altre volte è l’estroso chitarrista mai pago di sperimentazione o il bassista oscuro, raramente è il batterista; a volte è realmente il preludio alla fine del gruppo, mente altre volte i rimanenti componenti tacciono, mostrando o un’inconsueta indifferenza o un’attiva partecipazione. Dinamiche strane e, ai più, oscure, ma una cosa è certa, implacabile come la crisi di mezza età e la menopausa, ad un certo punto tu, fan accanito che hai comprato (o scaricato) gli album, viaggiato e dormito in treno per presenziare ai concerti, dovrai affrontare la delusione iniziale e sorbirti un progetto solista.

Ormai è un must che in un modo o in un altro è atteso e voluto, ben accetto dagli addetti ai lavori perchè soprattutto in grado di vivacizzare il mercato discografico che con il tempo, sapientemente, ha imparato ad alimentarsi, non solo del prodotto in sè ma anche delle voci gossippare che irrimediabilmente seguono la nascita dell’artista in solitaria.
Solitamente all’interno del gruppo è quasi troppo facile individuarlo questo aspirante sognatore, l’insensibile traditore che in barba a dischi di platino e tour europei, decide un giorno di chiudersi in camera, mandare in ansia da abbandono milioni di fan, e sfornare il proprio presunto capolavoro. E’ facile, ma non lo è sempre. A volte questo giuda da palco riesce a spiazzarti. E’ il meraviglioso caso di Albert Hammond Jr., chitarrista, e riccio degli Strokes.

E’ il 2013, si diceva, sono 5 anni che Albert tace. Tutto sembra rientrato e il pubblico degli Strokes dopo aver ingannato il tempo con “Yours to Keep” e “Como te llama?” sono pronti ad acclamerne il ritorno. Degli Strokes intendo. E invece quasi contemporaneamente a Comedown Machine, esce “AHG”, la terza fatica di Albert, un Ep, quattro tracce che stavolta sembrano risentire forse del troppo tempo passato con Casablanca e il collega Valensi. Il prodotto più debole per Hammond Jr. che invece aveva colpito e stupito nel 2006 e nel 2008 con un totale di 25 pezzi ben confezionati e che ne avevano evidenziato una validissima quanto inaspettata vena compositiva. AHG presenta le stesse identiche soluzioni arrangiative di cui gli Strokes hanno abusato nel tempo, persino il cantato è meno personale, come ispirazione, ma mutuato dal solito Casablanca, in più il medesimo desiderio di sintesi, anzi di synthesi, presente anche nell’insipido “Comedown Machine” rende i due lavori quasi uno l’appendice dell’altro.

Ma ogni progetto solista ha le sue motivazioni si diceva all’inizio e allora continuerò ad ascoltare con inconsueto piacere Yours to Keep e Como te llama?, pensando all’idea di un chitarrista concentrato e diligente, senza il bisogno di dimostrare niente a nessuno, senza la pretesa di inventarsi nulla, che ha voluto fare da sé, rinunciando più che altro ad un contesto, quello delle modelle di Valensi e dello spocchioso essere sopra le righe di Casablanca, che mal associa gli outfit trasandati e storditi con i rolex, la necessità di apparire come degli stronzi da copertina a tutti i costi, per provare a fare tutto in modo più semplice, suonare la propria roba senza sovrastrutture, quasi per gioco, proprio così, in modo più semplice, da ascoltare e da vivere; e glisserò invece sul fatto che AHG nasce anche dopo 5 anni di fastidi con la tossicodipendenza del nostro riccioluto, e non mi soffermerò sul fatto che probabilmente le precedenti uscite in solitaria potessero essere l’inizio di un percorso di isolamento che avrebbe portato anche alla fine degli stessi Strokes.

Mi concentrerò sul fatto che le quattro tracce di AHG nascano comunque da un’esigenza, magari troppo specifica per poterne parlare, bene o male. In fondo basta ascoltarlo un album solista, per coglierne le più profonde motivazioni, ma mi sbagliavo, consacrare sé stessi non sempre è il motivo principale.

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Musicante generico. Orgogliosamente facente parte del tanto decantato “precariato della ricerca”. Da sempre interessato a iniziare cose per non concluderle, ho suonato in numerose formazioni, ho organizzato eventi, concerti, aperitivi, e meravigliose cene. Ho trovato "fare radio" il miglior modo per trovarsi una ragazza, o più di una. Sono autore, e indomito ascoltatore, come batterista, milito felicemente nei Montag, progetto strumentale/postqualsiasicosavogliate. Mi appassiona ciò che non piace già a troppi, ma soprattutto la parola “upworthy” e chi la usa; ostile verso chi dice di non guardare più la TV, chi va ai concerti e dice che il precedente, in cui non c'eri, è stato migliore, e verso chi si adagia, si adatta, e si accontenta, perchè loro è la responsabilità di tutto ciò che odio.