Albert Hammond Jr. (The Strokes), storia di un album solista. | PT. 1

Nel 2001, quando apparve con gli Strokes su MTV nel video di Last Nite, nessuno avrebbe potuto mai pensare che Alber Hammond Jr., sulla destra dello schermo, con lo sguardo fiero e attento, un giorno avrebbe avuto il desiderio di consacrare sé stesso. Casablanca, certo, il talentuoso Nick Valensi e persino l’italiano Moretti ma non Albert. Sembrava quello meglio collocato, Hammond Jr., un fiero soldatino del revival garage newyorkese, bravino, ma neanche troppo estroso, quasi composto rispetto a Casablanca e soci, serio e ordinato. Suonava come se eseguisse sempre un compitino ben fatto, Albert.

Ebbene nel 2006 Albert pubblica Yours to Keep, non a caso nell’anno di First Impression of  Earth, album con cui gli Strokes sembrano aver detto tutto e aver chiuso un ciclo, passando da uno stile più facile e fruibile a qualcosa di più compatto e definit(iv)o. Per molti uno scivolone (non per me). Albert stupisce tutti, e mentre critici e pubblico si insultano a vicenda sulla bontà di FIOTH, butta giù 12 tracce in solitaria, un’enormità per un progetto solista, che però rivela da quanto tempo il ragazzo pensasse di mettersi in proprio. L’album vede la partecipazione di un tale Sean Lennon, compagno di scuola, o qualcosa di simile, di Hammond Jr, ed è una sorta di tentativo ben riuscito di liberarsi in un sol colpo dell’immagine cucitasi addosso in anni di Strokes, di chitarrista obbediente, schivo e concentrato, occhi fissi sugli accordi, privo di slanci e di una propria ragion d’essere creativa. C’è di tutto in Yours to Keep, che è chiaramente una raccolta di roba scritta negli anni, roba bocciata dallo stesso Casablanca magari (motivo n° 1 per un album solista) che però partecipa all’album e scrive la linea di basso della semplice e toccante (eggià, toccante) “Scared”. Il brano d’apertura “Cartoon music for super heroes” è una melodica ninna nanna, giusto per mettere le cose in chiaro da subito. Una cosa riflessiva e viscerale alla Eels ma con la cadenza pop dei beach boys.

Semplicemente inimmaginabile all’epoca di Last Nite. Inutile negare, tuttavia, quanto gli anni di militanza negli Strokes influenzino Albert in questo primo lavoro, ma non sarebbe giusto parlare di punto a sfavore, anzi, tutto sembra fatto per rendere assai più rassicurante e meno traumatica l’esperienza dell’ascoltatore che può così passare da “Is This It”  a “In transit” o “Holiday” (seconda e nona traccia di YTK) senza realizzare di aver fatto un salto di quasi 6 anni, e d’altra parte tutto sembra però avere un’intimità unica e profonda, rendendo l’esordio di Albert brillante e riuscito. Nulla di doverosamente nuovo insomma, ma solo la necessità di uno sfogo. E non fu l’ultimo perchè di lì a poco, a quasi due anni dall’uscita di YTK, mentre il mondo attendeva il ritorno degli Strokes, il nostro Hammond sforna il suo secondo lavoro e pubblica Como te llama?. L’album, che questa volta non vede la partecipazione di nessuno degli Strokes (fatta eccezione per il batterista Matt Romano, tecnico e secondo di Fabrizio Moretti) raggiunge addirittura un dignitoso 20esimo posto nella classifica US Billboard dei migliori album indipendenti. Sempre più lontano dai dettami stilistici di Casablanca&Co., pur senza rinunciare ad elementi spudoratamente garage e revival punk, questa volta addirittura dotati di una maggiore solidità, e più incisivi rispetto alla precedente esperienza, il suono di Como te Llama? saluta anche la vena folk di YTK, accennata solo nella prima traccia “Bergain of a Century” e qua e là lungo le successive 12 tracce, e conferisce a tutto il lavoro un sapore ancora più personale in cui Albert mette tutto, tutto quello che gli piace sia chiaro, senza dover dare troppe spiegazioni: dai Libertines, ai Modest Mouse, passando per i Kinks e i Clash. “Lisa”, la terza traccia, spiega di cosa parlo: un beat sintetico ai limiti dell’inutilità, di quelli fatti con i campioni in dotazione di un qualsiasi sequencer, su cui si poggia un riff di chitarra e un cantato che sembrano tanto indicare Pete Doherty, ma quando pensi che sia tutto lì, arriva lo schiaffone dell’apertura emotiva, quasi epica, dal cantato trascinato e disperato che proprio non comprendi da dove possa essere arrivata. E ancora, Lou Reed (e mi prendo la responsabilità di tale affermazione) appare magicamente al minuto 1:32 della prima traccia e “Spooky Couch”, poi, è addirittura uno strumentale di quasi 8 minuti, intenso ma leggero, a cui partecipa, suonando il piano, ancora l’immancabile amico Sean Lennon.

Albert Hammond Jr, il riccio degli strokes, quello con il giacchino in pelle e gli occhi fissi sugli accordi; riesco a vederlo, nel suo appartamentino newyorkese, a ingurgitare cibo cinese, soddisfatto, immerso in una di quelle poltrone in cui è facile perdersi, ma con i piedi sul tavolino, ovvio, affianco al posacenere in cui c’è di tutto. Ascolta gli Strokes. Sa che tutto prima o poi finirà, non per sempre, certo, ma la vita è fatta di priorità, e gli Strokes, i contratti, i tour e i milioni di fans sono la sua priorità; tutto rientrerà, per buona pace dello status quo acquisito, e in realtà lui ne è felice, adora stare in giro con quei tre, ma quello che contava era poter comprendere di essere in grado di farcela, al di là degli Strokes, con cui sta benissimo sia chiaro, ma sapere, il giorno che lo volesse, di essere in grado difare da solo, registrazioni, arrangiamenti, concerti, interviste, al di là degli Strokes, era diventato fondamentale. E’ per questo che le due chiare citazioni degli stessi (impossibile definirle altrimenti per la spudoratezza), nell’intro di “The Boss Americana” e nell’accenno dell’intramontabile riff di “Someday”, che vi sfido a trovare, assumono, in questa ottica, un significato quasi romantico.

Era il 2008, l’anno dopo anche Casablanca darà alla luce il suo primo lavoro da solista, ma andiamo avanti…

E’ il 2013, sono 5 anni che Albert tace. Tutto sembra rientrato e il pubblico degli Strokes dopo aver ingannato il tempo con “Yours to Keep” e “Como te llama?” sono pronti ad acclamarne il ritorno. Degli Strokes intendo. E invece …

 

Musicante generico. Orgogliosamente facente parte del tanto decantato “precariato della ricerca”. Da sempre interessato a iniziare cose per non concluderle, ho suonato in numerose formazioni, ho organizzato eventi, concerti, aperitivi, e meravigliose cene. Ho trovato "fare radio" il miglior modo per trovarsi una ragazza, o più di una. Sono autore, e indomito ascoltatore, come batterista, milito felicemente nei Montag, progetto strumentale/postqualsiasicosavogliate. Mi appassiona ciò che non piace già a troppi, ma soprattutto la parola “upworthy” e chi la usa; ostile verso chi dice di non guardare più la TV, chi va ai concerti e dice che il precedente, in cui non c'eri, è stato migliore, e verso chi si adagia, si adatta, e si accontenta, perchè loro è la responsabilità di tutto ciò che odio.