The italian way: se suoni, non basta

Da qualche mese ho un’amica svedese. Lei di svedese ha davvero ben pochi cliché: è bassina e mora, per niente gelida, anzi, è affabile e calorosa. Lei, affronta la vita con un perenne sorriso, che di questi tempi potrebbe quasi dar fastidio, e spesso sembra comprendere poco e nulla dell‘Italia, che la sta ospitando. In compenso, ha tutte le caratteristiche di chi in italia ci viene solo da turista e, ovviamente non c’è nato: parla tre lingue, tra cui un inglese che farebbe arrossire molti italiani spudoratamente esterofili; è costantemente in viaggio; quando è in bici cerca piste ciclabili, pretende di pagare tutto con la carta di credito, e poi, soprattutto, lei, non conosce il peso di un futuro incerto, la pressione sociale del “cosa farò da grande”, l’ansia del prendere treni che non ripasserano. Lei, un po’ se ne fotte, e proprio non ci comprende, perchè lei, in Svezia, si è diplomata e si è presa tre anni sabbatici (tre, non uno), per capire cosa le piacesse fare davvero nella (e per) la vita, mi dice. E’ tutto ovvio. Per lei. In Svezia.

La mia amica svedese se le chiedi cosa faccia nella vita, non ti risponde, sorride. Questa cosa mi spiazza. Spesso evito di vedere amici e parenti proprio per non cadere nell’empasse della tragica domanda e invece, lei, sorride. E’ quasi per accontentarmi che però poi rilancia, e mi spiega di come da un paio d’anni si sia interessata alla fotografia, e quindi non a scadenze e burocrazia, non alle tasse universitarie, nè tantomeno alla necessità di avere una partita iva; mi parla di come in questi anni abbia frequentato qualche corso e dei workshop, e principalmente del fatto che, prima o poi, valuterà cosa sia meglio per lei, con calma, perchè oltre alla fotografia, anche l’economia e la matematica sembrerebbero non dispiacerle. Non è svedese, è marziana. Pausa. “E invece, tu che fai?”. Ecco, è successo. L’ha chiesto. Ci può stare in una conversazione a due. Io non ho nulla per cui sorridere ma le dico che suono, non ho un lavoro vero e proprio, però ho un gruppo, ma non le basta. “E non sei contento?” mi chiede ancora in un italiano perfetto. Ed è di nuovo pausa.

Il punto è che le dovrei spiegare troppe cose, che in realtà il mio non è un lavoro, ma è una passione, e che in Italia le passioni non pagano. Le passioni in italia sono diventate superflue, o sono strumenti di tendenza, che è un po’ la stessa cosa. In italia le passioni non si coltivano più, non conviene, non ne hai il tempo, non ne hai i mezzi. In Italia oggi le passioni si inventano dal nulla come status symbol, le velleità artistiche ormai si preferisce metterle in mostra per un tempo determinato, il tempo di una stagione estiva, nel peggiore dei casi di un aperitivo, poi si switcha o si smette, come di fumare. Conosco “diggei” che fino all’estate scorsa erano scrittori, e molto probabilmente prima di pasqua diventaranno fotografi, proprio come lei, la mia amica svedese. Le dovrei dire che in italia se sei un musicista, non puoi non essere anche qualcos’altro. “Che lavoro fai?”“il batterista” – “ah si, e di lavoro?”.

Non c’è più tempo, le priorità, in italia, sono diventate le stesse per tutti, lei in svezia riceve incentivi, noi in italia solo pressioni: il terrore di restare indietro, di non riuscire a sistemarsi, La necessità di rimanere in un solco già tracciato, che tanto è più semplice. E’ l’ansia da precariato che aleggia, detta i tempi, e allora le passioni diventano pesanti, non c’è scelta, devi abbandonarle. Sicuramente mai alimentarle, e senza dubbio, mai e poi mai, investirci. In italia è molto più semplice fingere di averne, per non sottrarre tempo alle cose che ci hanno detto essere importanti. E’ colpa del Lavoro forse, o forse solo della convinzione che non se ne possa fare a meno. Il lavoro poi, come se vivere delle proprie passioni, del proprio talento, non fosse intellettualmente possibile. Come se fare musica, non possa essere quello il mio lavoro. Forse in Svezia, non certo in Italia. E allora capisco. Lei, a certe domande, sorride, e io non ci riesco, lei si muove con leggerezza e noi ci trasciniamo, lei alla fine di quest’anno potrà scegliere, economia, matematica, o continuare a far fotografie. In Svezia sono vivi, fuori dall’Italia magari, ma qui no, qui siamo tutti morti. Ma ancora non ce ne siamo accorti. Siamo dei non-morti. Chi più, chi meno, senza la possibilità di scegliere tra ciò che saremo e ciò che vorremmo essere.

Benvenuti nel paese dei non-morti, tra un djset, un vernissage e un concerto de I Cani.
Ecco, da qualche mese ho un’amica svedese, ma a conti fatti sarebbe stato meglio non averla mai conosciuta.

 

Musicante generico. Orgogliosamente facente parte del tanto decantato “precariato della ricerca”. Da sempre interessato a iniziare cose per non concluderle, ho suonato in numerose formazioni, ho organizzato eventi, concerti, aperitivi, e meravigliose cene. Ho trovato "fare radio" il miglior modo per trovarsi una ragazza, o più di una. Sono autore, e indomito ascoltatore, come batterista, milito felicemente nei Montag, progetto strumentale/postqualsiasicosavogliate. Mi appassiona ciò che non piace già a troppi, ma soprattutto la parola “upworthy” e chi la usa; ostile verso chi dice di non guardare più la TV, chi va ai concerti e dice che il precedente, in cui non c'eri, è stato migliore, e verso chi si adagia, si adatta, e si accontenta, perchè loro è la responsabilità di tutto ciò che odio.

  • elenasinger

    tutto tristemente vero….mi sono riconosciuta molto in questo racconto,il disagio di cui parli è un disagio comune a tanti della nostra generazione.

    • Luca Il Samu

      …è un brutto quadro. Ma è la realtà. Non c’è più approfondimento, non c’è più cultura, c’è solo la ricerca di un prodotto bello e finito ma certamente non durevole. L’italia non sforna più nulla di spessore, o quasi nulla, da tempo, basti pensare che ormai gli artisti sono solo quelli che vengon fuori dai reality. La conseguenza è l’appiattimento generale. Potrei parlarne per ore, purtroppo.

      • Mengis

        il fatto è che in italia non si è mai campato di musica, e mai lo si farà. non credete che quelle merde dei reality stiano tanto meglio. durano una stagione,al massimo due, e poi tornano ad essere signor/signora nessuno/a come me,te,voi e quant’altro. Anche il diggei che ora va tanto di modo tra un po’ è destinato a scomparire. è una cosa ciclica. L’unica cosa che ti porta avanti nella vita è la passione. Un lavoro per mantenerti il minimo, e poi la passione. Altrimenti già a 18 anni si deve prendere ed andare via, magari in paesi più aperti a forme d’arte. Non è facile, perchè è proprio il sistema in cui viviamo a renderci dei perenni adolescenti che non sanno che fare della propria vita. Ma è proprio a ciò che bisogna ribellarsi, come punto d’inizio per qualcosa di buono…