Movie Review | La Grande Bellezza

Paolo Sorrentino ha conquistato i Golden Globes con “La Grande Bellezza”, aggiudicandosi la categoria Migliore film straniero. È dunque con piacere ed orgoglio che vi riproponiamo la nostra recensione a caldo, successiva all’uscita della pellicola nelle sale.

L’ultimo lavoro di Sorrentino aveva promesso molto già dal titolo. Al confronto con la realtà delle sale non pare aver tradito le aspettative. Ma è un film “del giorno dopo”. A primo impatto non si manca di essere un po’ interdetti, forse anche delusi. Ci si aspetta una trama. Che non c’è. Personaggi analizzati nel loro risvolto psicologico. Non ci sono. Non si tratta tuttavia neanche di un film corale, perché giganteggia Servillo (perfetto sin dal primo sorriso) nei panni di Jep Gambardella. Giornalista mondano, Gambardella, nonché autore di un libro di discreto successo, datosi poi agli articoli di costume per mancata ispirazione: la realtà è rea di offrire “solo nulla”.

Una passeggiata romana attraverso i suoi occhi diventa il pretesto per la pellicola per guardare Roma e dentro Roma. Senza parlare dei perché, ma solo dei come. Non si indaga, si osserva. E lo si fa al meglio grazie anche al merito della splendida fotografia di Luca Bigazzi. Quello che viene mostrato allo spettatore in questo cammino è una dicotomia continua (sottolineata dal montaggio) tra “la grande bellezza” della città e la “grande pochezza” che la abita. La prima, rimasta immutata dai tempi felliniani de La dolce vita (a cui il film di Sorrentino strizza innegabilmente l’occhio), la seconda, nuova grande invitata dei salotti bene, non più ricchi di vitalità ma di personalità con poca sostanza. I personaggi, tra cui quelli di Carlo Verdone e Galatea Ranzi, sono come marionette che si muovono in un teatrino spinti dalle musiche e dai luccichii delle feste del jet set. Il napoletano Carlo Buccirosso, imprenditore giocattolaio dalla parlantina facile, non manca, come al solito, di strappare risate leggere che si distinguono dal sorriso ironico e amaro ispirato invece da Servillo per tutta la pellicola.

Scena interessante è quella in cui Jep Gambardella intervista una strana artista i cui spettacoli consistono in “testate nel muro”. Sarà pur vero che “l’arte non si spiega”, ma la scena ha suggerito piuttosto la facile (e talvolta assurda) popolarità moderna di cui Benigni era protagonista nell’ultimo discusso film girato nella capitale, il “To Rome with love” di Woody Allen.

Unici personaggi positivi sono la nana direttrice del giornale di Jep, Dadina, e la spogliarellista malata di AIDS impersonata da una bella e brava Ferilli, che porta con sé il binomio di bellezza esteriore e malattia interiore, fil rouge della pellicola. Un corpo sfavillante e uno sguardo malinconico che fanno da riflesso alla situazione della protagonista assoluta del film, la capitale. La verità di questo personaggio fa a da contraltare alla messa in ridicolo della bellezza fantoccio ripresa nello studio di un chirurgo plastico, con personaggi alle prese con la mania da botox compulsivo. Solo alla fine del film Gambardella riesce a vedere una grande bellezza. Sorrentino la presenta attraverso il personaggio di una suora ultracentenaria che viene da terre lontane, che rifiuta un’intervista, perché “il dolore non si racconta, si vive”. La grande bellezza è insomma una riscoperta dell’autenticità. Che Roma ritrova nel passato e nella sua gloriosa storia, così come Gambardella negli occhi del suo primo amore. Tempi in cui per sfuggire al frastuono dell’apparenza non bisognava cercare in terre lontane, ma nell’innocenza interiore.

Ma è un film del giorno dopo, lo dicevo all’inizio. La ricerca di una spiegazione precisa a immagini che sembravano accostate senza senso, se non in un (persino banale) puzzle sul degrado della dolce vita ai nostri giorni, si rivela forse solo un primo passo dello spettatore che, uscito dalla sala, cerca di portare la storia all’interno di binari narrativi più soliti. Lasciandosi andare alla pellicola, però, ci si renderà conto di aver assistito a un gran bel “film sul nulla”.

Il nulla.. cosa potrebbe mai esprimere meglio il tempo che si è perso in feste e festicciole (più e meno famose) invece di salvare dal declino (morale e non solo) il Paese? Trasposizione riuscita del romanzo sul nulla che invece Jep Gambardella non era mai riuscito a scrivere. E spunto di riflessione che Sorrentino offre a chi festeggia e a chi sta a guardare.

Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione pubblica e d’impresa. In un’era poliglotta, amo l’antica arte degli accostamenti nella lingua che derivò dal fiorentino. Turista curiosa e camminatrice instancabile; sostenitrice del diritto a godere di ogni bellezza, innanzitutto quella di un paesaggio che non venga deturpato. Soffro di istinti nevrotici alla Woody Allen. Tendenzialmente sarcastica, credo fermamente nel valore dello spirito critico (viva Marco Travaglio). Per allenare il mio, ho eletto a mie chiese i libri, le sale cinematografiche e il mare.