The Butler | Un maggiordomo alla Casa Bianca

Un ottimo film per l’inizio di questo 2014. Pur un po’ ingessato (e rallentato) dall’etichetta che impone il racconto delle vicende di un maggiordomo, “The Butler”, lanciato in pompa magna, è una pellicola di alto livello. Ce ne sono del resto tutti gli ingredienti: una storia commovente che ha come sfondo un tema importante (la storia dei diritti degli afroamericani), gran cast, stile classico. Il film di Lee Daniels è ispirato alla storia dell’afroamericano Eugene Allens che servì per circa trent’anni alla Casa Bianca, dal 1952 al 1986.

Il suo alter ego sullo schermo è Cecil Gaines, interpretato magistralmente da Forest Whitaker. Il racconto comincia con toni drammatici: la madre di Cecil stuprata e il padre ucciso davanti ai suoi occhi di bambino, in una piantagione. A mo’ di risarcimento, Cecil viene assunto come “negro di casa”. Da lì la pellicola cambia registro, insieme alle location, per diventare bon ton man mano che Cecil sale di grado: prima all’Hotel Excelsior e poi alla Casa Bianca. Qui servirà ben otto presidenti, di cui il film, con pochi scatti privati, riesce a fornire un ritratto fedele: da Eisenhower a Johnson, da Nixon a Raegan. Maggiore lo spazio dedicato alla figura di Kennedy, di cui Cecil piangerà l’assassinio. Nella vita reale, come nel film, Jacqueline Kennedy decide di donare al maggiordomo la cravatta preferita del marito in virtù del rapporto che avevano instaurato. Alla vita sul posto di lavoro si alternano momenti di vita familiare da cui fa capolino una bravissima Oprah Winfrey nei panni della signora Gaines. Sullo sfondo della storia nel frattempo passano i grandi nomi di M.L. King e Nelson Mandela.

I tempi stanno cambiando e una bellissima sequenza di montaggio alternato mostra scene dell’ambiente patinato della Casa Bianca intervallate da quelle delle strade, teatro di violenti scontri per i movimenti per le libertà del popolo afroamericano. Ne è coinvolto anche Louise, figlio di Cecil. La sua scelta di intraprendere la strada dell’attivismo politico causa la frattura dei rapporti con il padre, abituato, per deformazione professionale, a non impicciarsi troppo di questioni politiche. Il film ha il merito di conferire però a quest’atteggiamento di Cecil la dignità che merita: un non agire che non implica l’accettazione della subordinazione (Cecil si reca più volte a chiedere che lo stipendio dei domestici di colore sia adeguato a quello del restante personale). Cecil e Louise sono portatori di diverse visioni, il primo diplomatico, il secondo battagliero. Entrambe importanti per cambiare lo status quo. Cecil lo fa dall’interno di una casa, di “quella” casa, dimostrando ai bianchi che affidabilità e serietà possono essere qualità che appartengono a un uomo indipendentemente dal colore della pelle.

Non basta, ma è anche questa una rivoluzione, silenziosa, che ha portato Barack Obama all’elezione.
Una rivoluzione pacata come questa pellicola che, pur non essendo “di trincea”, sa tracciare la Storia.

Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione pubblica e d’impresa. In un’era poliglotta, amo l’antica arte degli accostamenti nella lingua che derivò dal fiorentino. Turista curiosa e camminatrice instancabile; sostenitrice del diritto a godere di ogni bellezza, innanzitutto quella di un paesaggio che non venga deturpato. Soffro di istinti nevrotici alla Woody Allen. Tendenzialmente sarcastica, credo fermamente nel valore dello spirito critico (viva Marco Travaglio). Per allenare il mio, ho eletto a mie chiese i libri, le sale cinematografiche e il mare.