"Guarda in Alto" | Speciale Outdoor Urban Art Festival

Al via oggi la terza edizione dell’Outdoor Urban Art Festival di Roma.
Il progetto nasce dalla volontà di instaurare un dialogo tra arte, spazi pubblici e trasformazioni urbane.
Per saperne di più sull’edizione di quest’anno abbiamo intervistato Francesco Debrovich, project manager di NU Factory e Simone Pallotta, curator del festival.

Quale è il punto di partenza che tre anni fa ha portato all’elaborazione del processo creativo
sfociato nella creazione di questo festival?

Francesco:
Nel 2010 sentivamo che l’attenzione nei confronti del movimento Street Art fosse molto vivo, finalmente emerso dall’underground. Negli anni precedenti alla nostra prima uscita infatti Roma prese coscienza della Street Art attraverso due appuntamenti. Da un lato Scala Mercalli pose l’accento sulla Street Art italiana attirando l’attenzione di critica ed istituzioni, dall’altra il fermento artistico della città ruotava attorno all’International Poster Art. Come NUfactory sentivamo la necessità di esprimere la nostra visione sul tema, credevamo e crediamo che Roma dovesse essere entrare nel circuito a livello internazionale, che potesse esprimere i propri fermenti, che si potesse offrire una proposta culturale nuova sul tema. Cavalcammo 3 concetti fondamentali, che cerchiamo tuttora di portare avanti. Il primo che la Street Art come tale dovesse esprimersi in spazi urbani. Il secondo che seppur la Street Art possa essere considerato un movimento anarchico il nostro Festival avrebbe avuto un approccio critico e dunque una linea curatoriale chiara, che non si limitasse dunque ad una lista di artisti pronti ad esporre i propri lavori, ma di un insieme unico. Il terzo che la nostra operazione interagisse con un territorio specifico, perché diventasse una risorsa per lo stesso, sia a livello urbanistico che sociale, sdoganando l’arte contemporanea da arte per pochi ad arte per tutti.

Quanto è importante e che ruolo gioca l’arte nel processo di riqualificazione degli spazi pubblici?

Simone:
L’arte è un parte infinitesimale del necessario processo di riqualificazione delle nostre città. Personalmente sono convinto che oggi sia importante parlare della necessità della ricostruzione del nostro senso estetico, di riattivare la nostra capacità di riconoscere e pretendere il “bello” laddove regnano degrado e cattiva architettura.
Visto che il processo di riqualificazione è composto da necessità economiche, aspetti politici e burocratici, credo che il fattore arte sia il più adatto a trainare gli altri elementi per accelerare il processo di rinnovamento delle periferie. Così facendo anche i luoghi ai margini potrebbero fornire il proprio apporto allo spessore culturale della città. Con l’utilizzo dell’arte in contesti degradati si viene a creare un cortocircuito nel quale tutta la città produce e contiene cultura senza che nessun contesto rimanga isolato.

Il claim di quest’anno è “guarda in alto”, perché avete deciso di utilizzare proprio questo
payoff.

Francesco:
Guarda in alto è un invito ad alzare gli occhi per porre lo sguardo oltre i confini imposti non solo dall’ambiente urbano; per riscoprire la città che cambia, attraverso un punto di vista creativo e un rinnovato amore per essa.

Avete scelto il quartiere Ostiense come location del festival. Perché la vostra attenzione è
ricaduta proprio su questa zona di Roma e come hanno reagito gli abitanti durante questi
mesi nel vedere il proprio spazio mutare?

Francesco:
Il quartiere Ostiense è un area in continua mutazione sin dal suo nascere. Questo la pone in costante contatto con la contemporaneità e per questo ricettiva nei confronti dei cambiamenti. Il rapporto con il territorio è in continua crescita, oramai c’è attesa nei confronti degli interventi che sono sempre accompagnati da azioni esplicative che chiariscono il ruolo ed inquadrano l’azione. Il pubblico non ama solamente avere un intervento sotto casa, lo apprezza maggiormente quando sa che si tratta di un operazione specifica che riguarda il territorio. Per questo lasciamo sotto ogni installazione delle targhe con il testo critico che spiega l’intervento e con la bio che raccontano la storia dell’artista.

Gli artisti di quest’anno sono personaggi importanti nel panorama della street art mondiale,
hanno stili molto diversi fra loro. Qual è per te il filo conduttore che lega opere così diverse
in uno spazio urbano comune.

Simone:
Nella scelta curatoriale non c’è un filo conduttore che lega gli artisti tra di loro. Ho cercato di interpretare le superfici che avevamo a disposizione provando a far corrispondere l’architettura all’artista che ci avrebbe lavorato, in base alla tecnica e all’esperienza pregressa in opere di grandi dimensioni. Ho lavorato in maniera più contestuale che concettuale perchè credo sia necessario pensare il festival non come un’attività curatoriale tematica ma come una possibilità di vedere artisti diversi, figurativi o astratti che siano, relazionarsi con la città tutta.

Quanto contano per te le attività collaterali che accompagnano l’edizione di quest’anno.

Francesco:
Il Festival è un festival del territorio per il territorio, chi non ama una festa, chi non ama sapere dove è sorto il movimento che sta cambiando lo scenario del quartiere? Gli eventi collaterali avvicinano ed aiutano ad appassionare il pubblico a qualcosa che fa parte del nostro vivere contemporaneo, che appartiene alla nostra generazione.

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